Sono nato nell'anno 1632, nella città di York, da una buona famiglia, che però non era di qui: mio padre era uno straniero di Brema, dapprima stabilitosi a Hull, dove aveva fatto fortuna in affari: poi s'era ritirato dal commercio venendo a vivere a York, siccome aveva sposato mia madre, una Robinson, di un'ottima famiglia del luogo; così mi chiamavo Robinson Kreutznaer: ma per la corruzione di parole che avviene spesso in Inghilterra ora mi chiamano, ci chiamiamo, ci firmiamo, col nome di Crusoe: come m'hanno sempre chiamato i compagni.

Villa Utopia

Autore
Daniel Defoe
Casa editrice
I classici, Feltrinelli - 1993
Anno
1719
Titolo originale
The life and strange surprizing adventures of Robinson Crusoe of York, mariner
Traduttore
Alberto Cavallari

Capita di snobbare alcuni libri, senza motivo apparente, oppure perché vi associamo inconsapevolmente immagini non richieste. Un professore che disserta maldestramente sull’homo economicus. Una graphic novel dal tratto spigoloso sfogliata in un’età sbagliata. La promessa di un’avventura che, però, sembra avere un sapore troppo freddo e antico.

E così mi sono persa, per anni, tutto quello che Robinson nasconde sotto la sua aura di classico lontano e imprescindibile. Una storia di improvviso sprofondamento, di lotta alla sopravvivenza e di rinascita in solitudine. Un naufrago su un’isola deserta.
Robinson ha perso tutto e per continuare a vivere può fare affidamento solo sulle sue qualità di essere umano, nella loro duplice essenza razionale e spirituale. Anela all’equilibrio perfetto tra due entità complementari: la ragione e il misticismo. Esse gli consentono, da un lato, di produrre tutto ciò che gli occorre per nutrirsi, proteggersi e difendersi; dall’altro, di non cedere allo sconforto dell’isolamento.
Potremmo forse negare che questa condizione finisce col toccare tutti noi, prima o poi, nella vita?

“Nessun libro ha mai rappresentato con tanta potenza la solitudine dell’uomo negli innumerevoli naufragi che la vita può preparargli […] Nessun libro ha mai ridotto all’essenziale la questione di fondo: la speranza da conquistare nella solitudine, senza progetti sociali, senza soccorsi della società, facendo leva solo sui beni della vita solitaria”. (Alberto Cavallari)

Pagina dopo pagina, mi accorgo che Robinson e la sua Isola non sono altro che la metafora di una grande tabula rasa. Un territorio di ripartenza, anche in senso mistico. Ma Robinson Crusoe è anche la grande storia dell’uomo contemporaneo, che tenta disperatamente di dominare la magnificenza delle forze della Natura con il progresso tecnologico, frutto del suo intelletto. Malgrado tutto, è però destinato a soccombervi, nudo nel suo status di primitivo.

Un inabissamento senza tempo nei misteri della condizione umana.

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