Ho temuto che il freddo non arrivasse più.

Palazzo Davossa

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Ho temuto che il freddo non arrivasse più. L’estate di San Martino ha avuto una coda lunga e innaturale. Mi sono un po’ preoccupata nel vedere, a novembre, le gemme sugli alberi da frutto e gli uccelli nidificare. Trovo curioso che, proprio mentre le stagioni vere si estinguono, cerchiamo di riprodurre la loro puntuale ciclicità in una dimensione artificiale, come quella di un social, quasi a voler ricreare in vitro quella natura che giornalmente si lacera sotto i nostri occhi - Cascasse il mondo, infatti, il 21 settembre Instagram si popola di foglie rosse e tazze da tè anche se fuori ci sono 27 gradi, così come il primo dicembre appaiono i cristalli e pupazzi di neve etc., etc. A ben vedere, tutto questo accade in continuazione con i libri: spesso la temperatura di ciò che si legge non è la stessa di quella che c’è fuori. Mi è capitato quest’estate, sotto l’ombrellone. Ho affossato i piedi nella sabbia arroventata per sfuggire al brivido di freddo che mi ha provocato la scrittura di Clarice Lispector. Nudi e intirizziti, è così che ci si sente tra le pagine di Legami familiari. Le tredici storie di questa raccolta possiedono il vibrato proprio dei racconti rivelatori: immobili e raggelati, siamo chiamati a guardare la realtà da un’angolatura che è sempre stata lì, sotto i nostri occhi, ma di cui non ci siamo mai accorti. Lispector è una delle voci letterarie che meglio esprimono l’universo femminile, non svilendolo a mera questione di genere ma elevandolo a una specificità dell’essere umano. E’ una guerra interiore tutta loro, quella che le protagoniste combattono nei confronti di un conformismo perbenista che le vorrebbe solide e uniformate nel loro ruolo di madri, mogli, amanti. Quasi a insinuare che l’individualità sia una colpa e la sensibilità un difetto, fastidioso ed ingombrante. La narrativa di Legami familiari si cicatrizza nelle viscere e ci lascia, come diceva Tabucchi, il sospetto di aver avuto un colloquio privilegiato con l’altra faccia del reale che forse si chiama verità.

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